Sul tema trasporto pubblico e mobilità urbana e inter urbana, chi si candida al governo di Torino deve essere in grado di affrontare il problema per quello che è: un bene comune e una componente non secondaria della qualità della vita sociale.
C’è stato un tempo (anni ’60) nel quale l’automobile ha rappresentato un indice importante di libertà individuale e anche un indicatore di benessere. Oggi, forse, sono cambiate le sensibilità.
Per molti l’uso dell’auto sembra (è) una necessità. E se non lo è lo diventa. Per esempio, nelle nostre comunità cittadine, il sistema della “grande distribuzione” preveda quasi obbligatoriamente l’uso del mezzo privato per fare la spesa.
L'idea n.14 è di Vito D'ambrosio, consulente e giornalista torinese.
Che ne dite? E' una buona idea?
Mobilità. Possibilità di muoversi liberamente da un luogo all’altro. Questione importante e complessa. È certamente complesso il movimento di centinaia di migliaia di persone all’interno (e anche all’esterno) di una città. Dentro ai nostri spostamenti ci sono le necessità (e i desideri) di ognuno di noi. Coesistono esigenze che ci sembrano, e molto probabilmente lo sono, urgenze uniche e irrinunciabili. Il trasporto pubblico è tema di grande rilevanza collettiva. Proteggere e ottimizzare il trasporto pubblico è un atto fondamentale per migliorare la qualità della vita collettiva. Meno smog, meno polveri sottili ma anche meno stress. E infine, declinare un corretto intervento sulla mobilità pubblica, rappresenta un salto di qualità culturale.
In breve. C’è stato un tempo (anni ’60) nel quale l’automobile ha rappresentato un indice importante di libertà individuale e anche un indicatore di benessere. Oggi, forse, sono cambiate le sensibilità. L’automobile non è più un simbolo di condizione sociale. Almeno non lo è più come un tempo. Sempre più il mezzo individuale di mobilità è diventato, nell’economia domestica, un costo notevole (prezzo del carburante, assicurazione ma anche i costi indotti: parcheggi, multe, ecc). Tuttavia, in molti casi l’auto non è sostituibile con i mezzi pubblici. E così passiamo molto tempo in macchina. Quasi sempre da soli siamo incolonnati dentro le strade cittadine. Le tangenziali sono rigorosamente sature negli orari pre lavorativi e alla sera a chiusura della giornata. Eppure siamo sempre lì. E, quasi sempre, una persona per macchina. Ma una ricetta vera e convincente ancora non si è vista. Nemmeno scorrendo il sito del Comune di Torino sul Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (http://www.comune.torino.it/geoportale/pums/cms/azioni-misure-operative/qualita-aria-.html ).
Osserviamo le nostre vite dando forma concreta ai bisogni delle persone. Per esempio il caso della signora anziana che vive fuori Torino. In città ha i nipoti e figli. Sessanta chilometri tra Torino e la sua abitazione distano una media di circa due ore di viaggio in pullman contro un’oretta in automobile. Succede che si va e si torna in auto perché si fa prima e con minor fatica.
Oppure. Se abito a San Mauro, nei pressi di Torino, il biglietto del bus è più caro rispetto a chi abita in città. E anche qui i problemi di tempo si inseriscono prepotenti nell’efficacia del sistema. Lo stesso accade se mi devo muovere tra Torino e l’hinterland cittadino. E peggio mi va se lo spostamento necessita tra paesi dell’hinterland. Tra Venaria e Collegno è un viaggio davvero lungo. Insomma muoversi con i mezzi è problematico. Inoltre per le persone anziane o con difficoltà di movimento o, semplicemente, con qualche pacchetto in più della borsa diventa realmente un viaggio faticoso.
Per molti l’uso dell’auto sembra (è) una necessità. E se non lo è lo diventa. Per esempio, nelle nostre comunità cittadine, il sistema della “grande distribuzione” preveda quasi obbligatoriamente l’uso del mezzo privato per fare la spesa. I grandi marchi della distribuzione sono solitamente ubicati in zone con ampi parcheggi e, quasi sempre, non sono avvicinabili con i mezzi pubblici.
Intanto suona la campana del libero mercato. Nei prossimi mesi del 2011 dovrebbe andare in gara d’appalto il servizio di trasporto pubblico. Potrebbe non essere più Gtt a gestire il servizio. E quindi così come per l’acqua, anche la mobilità collettiva potrebbe entrare dentro un circuito di interessi che poco o nulla hanno a che spartire con il principio del bene collettivo.
Sul tema trasporto pubblico e mobilità urbana e inter urbana, chi si candida al governo di Torino deve essere in grado di affrontare il problema per quello che è: un bene comune e una componente non secondaria della qualità della vita sociale. Un bene pubblico che è fatto di strutture, infrastrutture e servizi connessi. Pubblico sta nelle due accezioni fondamentali: al servizio di tutti i cittadini e ‘pagato’ da tutta la comunità (attraverso le tasse e il biglietto).
Per questi motivi vien da dire no alla privatizzazione del trasporto pubblico. E no allo spezzatino di società che moltiplicandosi avrebbero una minore massa critica per affrontare le necessità dei cittadini. Di tutti i cittadini: sia quelli che abitano nella grande area urbana di Torino e sia quelli che risiedono nei piccoli centri.
In ordine sparso e solo per capitoli: investire su mezzi ecologici e confortevoli; rendere più efficienti i servizi urbani e più efficaci i collegamenti interurbani. Riflettere sulla “rottamazione” di alcune linee ferroviarie considerate secondarie (rami secchi?) ma che forse tanto secondarie non erano, e ragionare su sistemi di trasporto ‘intermodale’ o combinato extra – intra urbano.
Ancora una considerazione: è importante salvaguardare la professionalità delle tante persone che nel trasporto pubblico lavorano con competenza e capacità. Un patrimonio che è stato costruito negli anni e che non riguarda solo il personale addetto alla guida dei mezzi ma coinvolge esperienze diverse nel campo della progettazione, dell’informatica, della logistica, della meccanica, della programmazione (l’elenco è certamente in difetto). Anche questo è un bene comune che va salvaguardato, valorizzato e certamente non ceduto (o peggio ancora svenduto).
Vito D'Ambrosio
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Commenti
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Ora incrocio le dita alla fermata sperando di non superare i dieci minuti di attesa, e non sempre sono esaudita, nonostante l'ormai mitica carta dei servizi.
La sera non ci provo neppure più.
Se sono con mia madre, che ora è anziana e cammina con difficoltà, spero che non passi un autobus arancione, perché farà fatica a salire, né un tram arancione, perché dovrà aspettare il successivo: su quello proprio non riesce a salire. Quando salgo a bordo mi rendo conto che sta diventando ogni giorno di più un mezzo classista, riservato a chi non ha accesso alla mobilità privata e a pochi ostinati sognatori.
Statisticamente so già che una volta su tre ci sarà una lite tra passeggeri, o una aggressione verbale nei confronti dell'autista, un gruppo di persone che ascoltano la musica ad alto volume oppure ci sarà un guasto.
Se non ho fretta, sommo il disagio del tempo d'attesa, la prospettiva della maleducazione e dell'insofferenza diffusa (oltre al fatto che l'autista non farà in nessun caso nulla), il probabile affollamento e mi avvio a piedi. La civiltà di una comunità si misura dalle piccole cose. E il trasporto pubblico non è neppure tra quelle.
Milano sta progettando 9 linee di metro, a Brescia che ha meno di un terzo degli abiotanto di Torino sta per entrare in funzione la metro.
A Torino perchè oltre a raddrizzare la M2 a sud, collegando il Mauriziano e la stazione Zappata non si pensa alla M3 sul percorso più intasato della città est-ovest da piazza Vittorio-Porta Susa-Poli-San Paolo?
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